critica

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Simona
Care Elena e Simona,

mi capita a volte di indugiare di fronte al P.C. con le pagine virtuali del vostro sito aperte.

Diciamo che mi risulta cosa gradita. Il vostro approccio scevro da micragnosi intellettualismi, tanto cari all'arte contemporanea certificata, mi pone in una dimensione contemplativa e meditante. Allora mi pongo in testa il mio cappello Pagoda perchè la mia mente si faccia penetrante come la forma conica che la ricopre.

Durante queste meditazioni ho percepito sia la comunanza che la differenza dei vostri processi creativi, o quanto meno delle sensazioni che mi imprimono nell'animo i vostri graziosi simulacri.

Elena ha una dimensione onirica e lirica che conquista con una tensione delle forme verso l'astratto. I suoi simulacri si pongono su un piano che rimanda alla realtà da molto lontano. Tanto lontano quanto è lontano il mare di "Da qui si vede il mare".

Anche Simona partecipa di una dimensione onirica ma i suoi simulacri giacciono su un piano che interferisce con la realtà. Direi anzi che Simona ferisce la realtà traendone il fondo onirico, così come Apollo trasse Marsia dalla pelle. Benché anche Elena non sia esente di violenza, non so' chi afferrerebbe tranquillamente il suo autoritratto irto di spilli e forbici, è comunque una violenza liricizzata, forse epica. La violenza di Simona agisce invece in maniera diretta e sensuale. Sto parlando ovviamente di violenza estetica, della violenza della sensazione.

Questa violenza che vi riconosco non è assolutamente da intendersi come nota negativa. È simile alla potenza delle fiabe russe o di quelle tuareg. È per me una gioia sentirla in un mondo che attribuisce all'infanzia una demenza banale e bonaria come quella di Walt Disney.


Federoti Vivalano

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